Servizio Pubblico

Azioni e progetti nell'azienda pubblica di servizi alla persona di Bologna

Articoli tra analisi e attualità

 

Gli articoli che seguono sono stati scritti per esigenze aziendali nel 2014 e nel 2017.

Il pezzo guida, che tratta il tema della Transcultura, ci sembra la chiave di lettura fondamentale per dare il senso del tempo storico

La transcultura: strumento per l’integrazione dei migranti

 

Nell’epoca dei muri e dei respingimenti, un’esperta ci spiega come interagire con le differenti visioni del mondo per una efficace integrazione.

di Marco Marano

Bologna, 14 febbraio 2017 – Per chi lavora nel mondo dei migranti, che siano essi economici o rifugiati, il primo elemento con cui necessita rapportarsi è quello relativo alle differenti rappresentazioni culturali, soprattutto se si parla di comunità di tipo tradizionale.

 

Continua...

La dimensione umana dei rifugiati come valore aggiunto nel mercato del lavoro

 

Bologna, maggio 2017 - Ievgeniia ha 26 anni e uno sguardo colmo di ottimismo, il suo viso s’illumina di un bellissimo sorriso soprattutto quando parla di David, il figlio di tre anni, con cui è arrivata in Italia, per chiedere l’asilo politico.

E’ nata a Zhovti Vody, una cittadina di 48.000 abitanti del centro-sud dell’Ucraina. E’ arrivata a Bologna nel febbraio del 2015, presa in carico dall’associazione Mondo Donna, e quasi subito inserita nello SPRAR cittadino, cioè il sistema di accoglienza per richiedenti e rifugiati italiano, finanziato dall’Anci e dal Ministero dell’Interno, di cui l’ASP Città di Bologna ha la responsabilità, attraverso il Servizio Protezioni Internazionali.

«Mi sono laureata all’Università di Kiev in Tecnologie alimentari – racconta Ievgeniia – ma subito dopo la laurea sono diventata mamma, quindi non ho potuto mettere a frutto, dal punto di vista lavorativo, i miei studi, considerato che poco dopo sono andata via dal mio paese. Gli unici piccoli lavori che ho fatto sono stati quelli ai tempi dell’Università, tipo barista o cameriera in estate».

E già, perché tutto il tema legato all’inserimento lavorativo è centrale per le dinamiche che riguardano l’integrazione sociale in un territorio di accoglienza ai rifugiati. A Bologna ad occuparsi di questo pezzo di attività, nella costellazione cittadina dello Sprar, è la cooperativa Lai-momo. Ievgeniia, che parla benissimo l’italiano, oltre al russo e all’inglese, è stata presa proprio in una scuola di lingue per un tirocinio di tre mesi, il “CILF”, Centro Interculturale Felsineo. Da quando ha cominciato, agli inizi di ottobre, si è subito sentita a proprio agio, in qualche modo valorizzata: «Lavoro dalle 9,30 alle 16,00. La mia funzione – ci dice Ievgeniia – è quella di Operatore amministrativo segretariale. Gestisco sui file excel le programmazioni dei corsi, i vari spostamenti di lezioni, aule e così via.

Tra l’altro mi hanno proposto di fare gratuitamente un corso d’italiano, e lo farò perché ho bisogno di migliorare nella scrittura». Serena Tosi, è un’operatrice che si occupa di seguire i tirocini per la cooperativa, nella speranza che questi si trasformino da esperienza d’integrazione in reale possibilità di entrare nel mondo del lavoro. «In realtà – sottolinea Serena – le aziende che accolgono i nostri richiedenti e rifugiati dopo un periodo di tre mesi, pagato dalle risorse dello Sprar, potrebbero scegliere di rinnovare il percorso lavorativo, in forma di tirocinio, autonomamente a loro spese». Situazione questa che si è presentata al simpaticissimo Madoul, un diciannovenne del Gambia, che non ha ancora il riconoscimento della protezione internazionale, il quale è tanto piaciuto al suo responsabile da rinnovargli il tirocinio di altri nove mesi.

Il giovane lavora alla “Ca Piadina”, presso il centro Meraville come aiuto cuoco, con turni di sette ore. La sua aspirazione è quella di diventare un giorno uno chef a Bologna, affascinato dai suoi ristoranti, dato che ama cucinare sia i piatti africani che quelli italiani: «E’ facile la cucina italiana – afferma Madoul, scherzando – voi mangiate tanti spaghetti, che ci vuole…»

Il suo italiano non è sicuramente perfetto, ma riesce a comunicare bene con i colleghi e con il capo, che ha visto in lui un volenteroso lavoratore: «La cosa che mi piace di più in questo lavoro – continua Madoul – è quando faccio il turno serale perché in cucina siamo in due e posso preparare i panini e servire ai tavoli. Certo, poi nei miei compiti rientrano anche le pulizie, ma quello non è un problema ». Tra il maggio e l’ottobre 2016 su 71 colloqui allo Sportello Lavoro dello Sprar sono stati attivati 42 tirocini, solo 2 interrotti, 9 terminati e 4 prorogati: il costo stimato per tirocinio è di 1.500,00 euro. Di quei 41, ci sono 31 uomini e 10 donne, e le aree geografiche da cui provengono sono Africa, Asia e Europa: Marocco, Nigeria, Mali, Burkina Faso, Camerun, Ciad, Costa d'Avorio, Togo, Gambia, Ghana, Repubblica Democratica del Congo, Etiopia, Bangladesh, Pakistan, Iraq, Iran, Ucraina.

Le figure professionali sono molto diversificate: disegnatore edile, operatore agricolo, operatore amministrativo-segretariale, operatore degli impianti termoidraulici, operatore del punto vendita, operatore del servizio di distribuzione di pasti e bevande, operatore del verde, operatore della ristorazione, operatore della sicurezza di beni e persone, operatore di cura e pulizia di spazi e ambienti, operatore di magazzino merci, operatore meccanico, operatore meccatronico dell’autoriparazione, tecnico grafico. Così come i settori sono tra i più vari: alloggio, assistenza sociale residenziale e non residenziale, ristorazione, produzione cinematografica di video e di programmi televisivi, registrazioni musicali e sonore, servizi per edifici e paesaggio, coltivazioni agricole e produzione di prodotti animali, commercio al dettaglio e all'ingrosso, fabbricazione di prodotti in metallo, ingegneria civile, istruzione, vigilanza e investigazione.

Ma numeri e dati a parte quello che emerge dalle esperienze di inserimento lavorativo dei richiedenti e rifugiati è il modo in cui la loro dimensione umana fa da vettore alle abilità e competenze di cui sono portatori, segnalando come il potenziale di queste persone, che affrontano un radicale cambiamento di vita in seguito a persecuzioni e guerre, possa davvero rappresentare un valore aggiunto per la nostra società in piena crisi generazionale, dove la simbologia dei muri sembra farla da padrona. Ievgeniia: «Il mio futuro non so cosa mi riserverà. Quello che ho capito è che nella vita può succedere di tutto, del resto non avrei mai pensato, solo tre anni fa, di vivere qui in Italia con mio figlio… A me piacerebbe un lavoro come impiegata in un luogo accogliente come quello di adesso, ma penso anche ad un lavoro dove poter impiegare la mia laurea, visto che qui è riconosciuta, come in qualche azienda alimentare, ad esempio. Certo i tempi da gestire con un figlio piccolo non sono semplici, ma questo si vedrà… ».

Per Ievgeniia il figlio David è il suo principale orgoglio: «E’ un bambino vispo, pensa che io gli parlo in russo e lui ormai mi risponde in italiano, e ancora frequenta l’asilo nido. Riesce da solo a cliccare su YouTube i video in varie lingue e poi ripete le frasi che gli rimangono impresse ».

Così, per Madoul le figure genitoriali che ha lasciato nel suo paese si sono trasformate in una sorta di bussola valoriale: «Mia madre prima di andare via mi ha detto che devo avere rispetto delle persone che incontro in un paese diverso come ho rispetto dei miei genitori, mi ha detto che devo amare le persone che troverò sulla mia strada come amo mio padre e mia madre. Io per me sogno una vita tranquilla qui a Bologna, con un lavoro in un ristorante, stando bene con le persone che ho accanto, come se fossero la mia famiglia ».

Storie di fughe e integrazione nella sperimentazione dei tirocini ASP

 

Bologna, giugno 2017 - Via del Milliario è un'arteria che s'incunea direttamente in bocca al fiume Reno, nel quartiere di Borgo Panigale. Un lembo di terra nella periferia ovest di Bologna, proprio alle spalle dell'aereoporto. Il Centro di Accoglienza Straordinaria per richiedenti è l'ultimo avamposto prima del fiume. Spesso, quando s'ingrossa, occorrono barriere di sacchi per impedire che l'acqua invada la strada.

Quel pezzo di terra in effetti richiama alla mente un luogo di confine oppure, ancor di più, racchiude in sé una sorta di indeterminatezza propria a quella dimensione spazio-temporale. Ma forse è la medesima indeterminatezza che vivono quei ragazzi in attesa che qualcuno decida per loro, che qualcuno indichi la strada del loro destino. Fino a quel momento la vita è solo in stand-by. Meritano oppure no la protezione internazionale? Saranno in grado di convincere la commissione territoriale di Bologna che nel loro paese rischiano l'incolumità fisica?

E cosa succederà se non riusciranno a provare che tornare nel loro paese può significare subire violenze di vario genere? E se riceveranno l’asilo politico o la protezione sussidiaria o ancora la protezione umanitaria, cosa faranno della loro vita in Italia? Lì ci sono ragazzi le cui caratteristiche costituiscono un identikit socio-anagrafico molto comune ai luoghi di accoglienza dei rifugiati in Italia, come appunto i CAS. Giovani che provengono dall'Africa sub-sahariana e dall'Asia. Hanno tra i venti e i trent'anni, a bassa scolarizzazione, e parlano prevalentemente i rispettivi dialetti nazionali. Paradossalmente però, pur appartenendo a paesi differenti, tra loro, riescono a comunicare perfettamente.

Il sostegno costruito sul rapporto quotidiano con gli operatori, anch'essi ragazzi di pari età, dà forza. Poi ci sono caratteristiche psico-sociali che raccontano altre storie ancora, come quella di chi, pur avendo un’età adulta, ha spesso modalità comportamentali di tipo adolescenziale… Ma lì, racconti di vita ce ne sono tanti… E’ questo il contesto all’interno del quale l’ASP Città di Bologna, che gestisce il CAS di via del Milliario, ha pianificato un progetto di inclusione nel mondo del lavoro per questi ragazzi, mettendo a disposizione non aziende o enti presenti sul territorio bolognese, ma le stesse risorse interne. Così, è nato un programma di tirocini con un’impronta sperimentale. Il promotore è Renzo Berto, responsabile del settore logistico: «L’idea era quella di trovare persone – spiega Berto – che rispondessero a certi requisiti… Innanzitutto quello di avere una dimestichezza con la lingua italiana, per un inserimento nel contesto lavorativo come il magazzino della sede centrale di viale Roma e la lavanderia del Centro Lercaro.

Ma cosa altrettanto importante era quella di trovare ragazzi con una certa motivazione nell’affrontare questa esperienza». Una volta individuate le persone, due a Lercaro e una in viale Roma, il 22 luglio sono stati avviati i tirocini di 12 ore settimanali, al costo di 300,00 euro ciascuno. Come soggetto inviante, che per legge deve monitorare la riuscita o meno dell’esperienza di formazione lavoro, è stato coinvolto il Cefal.

Il progetto si è sviluppato in due fasi. La prima della durata di tre mesi, appunto, finalizzata a verificare il buon esito dei tirocini: capacità, motivazione e integrazione. A fine ottobre è partita la seconda fase di rinnovo per due di loro, quelli cioè che hanno risposto al meglio al primo step, questa volta della durata di 25 ore settimanali, al costo di 600,00 per ognuno. Funmilayo è uno di questi, si è fatto valere per il lavoro svolto al magazzino di viale Roma. Sul suo viso di venticinquenne si possono scorgere, attraverso i suoi sofferti e timidi mezzi sorrisi, i segni di una vita in fuga. Proviene dall’Edo State, uno Stato federale situato nella Nigeria meridionale che confina a nord con il Kogi, a sud e a ovest con il Delta e l'Ondo. Benin City è la capitale, passata, dagli anni ottanta in poi, agli onori della cronaca per essere la città da dove parte la tratta delle ragazze costrette a prostituirsi nelle strade delle città europee. Le religioni più diffuse sono quella cristiana ed islamica, con varie etnie, di cui due predominanti. Il sistema urbano del villaggio è quello su cui si struttura la loro vita, ma in tutto lo Stato vige un clima di violenza diffusa e indiscriminata.

Le cause sono determinate dal conflitto tra le etnie, da attentati dinamitardi, e poi ci sono i sommovimenti legati al controllo delle risorse naturali. Nel 2013 Funmilayo è fuggito dal suo villaggio verso la Libia post Geddafi, dove ha resistito per un paio d’anni, arrangiandosi a fare l’imbianchino. Ma lì per i sub-sahariani la vita è davvero difficile, quindi nel 2015 riesce a pagarsi il viaggio della speranza su un barcone, direzione Lmpedusa. Nell’agosto del 2016 la Commissione territoriale di Bologna non gli ha concesso l’asilo politico, e adesso è in attesa del ricorso presso il Tribunale, la cui udienza è fissata in gennaio. «Mi piacciono tutti gli aspetti di questo lavoro – ci dice – anche perché mi trovo bene con le persone che mi stanno vicino…»

Quando parla sembra aver raggiunto una serenità che per la sua giovane età sembra non avere mai avuto. Poi, vicino a lui, le sue due tutor, Patrizia Moraro e Flora Martoni, coordinatrici del settore logistico, sembrano volerlo proteggere con quell’istinto materno che il ragazzo assorbe positivamente. «Lui fa di tutto… La mattina dopo che stampiamo il programma delle richieste delle RAA per i vari reparti, – sottolinea Flora – prepara le gabbie di ferro, sia per le strutture esterne che interne. In magazzino invece ci aiuta a preparare il materiale per l’igiene indirizzato agli ospiti. Il suo è un grande supporto che sta rendendo il lavoro di tanti più facile». Una volta alla settimana Funmilayo, direttamente da via del Milliario, si reca all’Ospedale Maggiore dove s’incontra con l’autista dell’ASP per aiutarla a caricare le pesanti gabbie dei farmaci che servono alle strutture.

«E’ infaticabile – spiega Patrizia – ogni tanto è come se lo dovessimo costringere a fermarsi cinque minuti per fare una pausa. non riesce proprio a star fermo. Se vede che sei alle prese con qualsiasi cosa, corre ad aiutarti». Si chiama Jean Philippe Ismael, l’altro tirocinante all’ASP, svolge il suo lavoro quattro giorni la settimana presso la lavanderia del Centro Servizi Cardinale Lercaro, struttura residenziale e semiresidenziale per anziani.

Ha ventisei anni e proviene da Abijan, la capitale economica della Costa d’Avorio. Quando andò via la città era a ferro e fuoco. Gruppi armati si sparavano addosso in quella metropoli fantasma dove non circolava più nessuno, anche perché, come ormai da dieci anni, la popolazione veniva presa di mira dalle parti avverse. Le condizioni igenico-sanitarie erano problematiche, mancava l’acqua e l’elettricità: una vera e propria crisi umanitaria.

C’era un presidente golpista Laurent Gbagbo che aveva scatenato l’ultimo pezzo di una guerra civile durata, tra “alti e bassi”, una decina d’anni, anche quando una volta perdute le elezioni, vinte da Ouattara, l’attuale presidente, aveva deciso di non abbandonare il potere… Solo in quell’ultima fase di instabilità politica in Costa d’Avorio ci fu un esodo 200 mila persone, che fuggivano nei i paesi limitrofi come anche verso l’Europa.

Tornano alla mente le immagini di donne, uomini, vecchi, bambini che si spostavano come potevano dai luoghi di conflitto: chi a piedi, chi in mezzi di fortuna, tra le macerie di un conflitto che ha martoriato la popolazione. In quel pezzo di guerra Jean Philippe vide morire i suoi genitori. Ma non solo: fu costretto a lasciare una figlia appena nata. Anche lui andò in Libia, un paese che non certo se la passava meglio, quindi il viaggio in barcone per Lampedusa e l’arrivo a Bologna nel 2015.

Come Funmilayo è stato “diniegato” dalla Commissione territoriale, con il ricorso in Tribunale per gennaio. «Vorrei vivere la mia vita a Bologna, – osserva Jean Philippe in francese, con gli occhi un po’ smarriti – sarebbe bello per me restare qui e ricongiungermi con mia figlia, che non vedo da quando sono partito. Quello che voglio è soltanto lavorare con persone gentili come quelle con cui ho a che fare adesso e vivere in tranquillità». Giuseppina Morra, la responsabile del guardaroba del Centro Lercaro, ci parla di lui: «E’ un ragazzo molto attento, i suoi compiti sono quelli legati al vestiario degli ospiti. Smista lo sporco, i colorati, li tira fuori dalle lavatrici e li piega.

Poi il sabato viene in reparto con me. In questi mesi si è dimostrato attivo e motivato, e anche se io non parlo il francese e lui fatica un po’ con l’italiano, riusciamo a comprenderci bene». Le storie di fuga, come quelle di accoglienza, di integrazione sociale e lavorativa, quando riescono, sono piene di sfaccettature, ma tutte hanno degli elementi comuni, cioè la voglia di assumersi responsabilità, perché, per questi ragazzi, è il modo di potersi affrancare dal proprio passato. Ma poi c’è un piccolo miracolo che spesso avviene e che riguarda la capacità di comprendersi anche quando le competenze linguistiche non sono molto strutturate. Raffaella Anzaloni, responsabile del Centro Lercaro: «L’aspetto importante di questa operazione che abbiamo voluto innescare sta nell’incrocio tra bisogni.

Da un lato noi abbiamo trovato in Jean Philippe un valore aggiunto che ci potesse supportare in quel pezzo di processo, dall’altro lui si è attivato nel lavoro». Una sperimentazione ben riuscita quella dei tirocini interni all’ASP, dato che sia Funmilayo che Jean Philippe hanno avuto la possibilità di rinnovare per altri tre mesi le loro attività: «Un’idea vincente – conclude Renzo Berto – potrebbe essere quella di sistematizzare l’inserimento di questi ragazzi in altri settori dell’ASP, laddove servissero. E’ chiaro che per portare a frutto questo ragionamento bisogna crederci, smussando i pregiudizi che potrebbero esserci su un tema come questo… C’è la falegnameria, ci sono gli idraulici, gli elettricisti, tanto per fare degli esempi, ma esistono anche attività legate alla movimentazione merci e materiali. Il beneficio sarebbe sia per i ragazzi che per l’azienda».

Un accordo per sfidare il futuro

 

Con la partnership tra l’Istituto Aldini Valeriani Sirani e l’Asp Città di Bologna si consacra un percorso attivo che raccoglie le sfide del cambiamento.

 

Bologna, ottobre 2014

Una idea diversa del domani

Un insegnante ci accompagna alla scoperta dei progetti didattici della scuola. Entriamo dentro un’aula semibuia: c’è un corso dedicato all’analisi di un film in bianco e nero. Scattiamo qualche foto, dietro autorizzazione del preside, ed una irresistibile curiosità ci assale: restare ad ascoltare tutta la lezione…

Uscendo dall’aula un pensiero un pò profano s’impossessa di noi: ma, statistiche alla mano, la scuola italiana non è una delle peggiori d‘Europa? Eppure noi che l’età scolastica l’abbiamo superata da tempo, in quell’aula ci saremmo rimasti fino alla fine… C’è un concetto, uscito fuori dall’accordo siglato nel 2012 sull’innovazione scolastica, all'interno della Conferenza Stato Regioni, tra il governo e gli enti territoriali, che accende i riflettori sul rapporto tra realtà sociale e prassi didattiche: "superare la divergenza"…

Si perché il tema al centro del dibattito riguarda proprio la divergenza tra le pratiche pedagogiche e le competenze da mettere in campo per entrare nel mercato del lavoro. "Il concetto di competenza - ci spiega Salvatore Grillo, preside dell’Istituto Aldini Valeriani Sirani - è la sintesi tra conoscenza e abilità. In tal senso tutte le esperienze, anche all’esterno delle mura scolastiche, che possono comprovare l’acquisizione di competenze vengono definite evidenze…"

La partnership tra l’Istituto Aldini Valeriani Sirani e l’Asp Città di Bologna nasce al fine di correggere un vuoto che, con l’avvento del sistema integrato tra istruzione superiore e formazione professionale (IeF.P.), sancito dall’accordo sottoscritto tra Stato e Regioni, susseguente alla Riforma Gelmini sulla scuola, trova alcuni indirizzi di studio, come quello dei Servizi socio-sanitari degli istituti professionali, sprovvisti di certificazione regionale per acquisire le competenze professionali utili ad entrare nel mercato del lavoro.

 

Il vuoto da colmare

"Quelle di quest'anno - sottolinea il preside Grillo - sono le prime quinte sotto l'egida della nuova legge (Riforma Gelmini ndr). Fino allo scorso anno i ragazzi potevano prevalentemente lavorare negli asili nido, oggi neanche questo...

Il nostro intento è quello di eliminare questo paradosso: un titolo di studio non supportato da competenze professionali certificate..." Negli ultimi anni si è insomma voluto costruire una osmosi tra formazione professonale e istruzione scolastica. I percorsi di durata quinquennale come i licei, gli istituti tecnici e gli istituti professionali, e i percorsi di istruzione e formazione professionale, di competenza regionale, definiti appunto da due accordi Stato-Regioni, compongono quello che viene definito "sistema di istruzione e formazione professionale (IeF.P.)".

Dal sito web della "Direzione Generale per l'istruzione e formazione tecnica superiore e per i rapporti con i sistemi formativi delle Regioni" leggiamo: "I percorsi IeFP sono realizzati dalle strutture formative accreditate dalle Regioni, secondo criteri condivisi a livello nazionale, oppure dagli Istituti Professionali, in regime di sussidiarietà, se previsto dalla programmazione regionale, ai sensi dell’Intesa in Conferenza unificata del 16 dicembre 2010".

Attraverso la legislazione regionale vengono determinate le qualifiche professionali, e per raggiungerle bisogna accedere agli esami di qualifica: "I nostri studenti dell‘indirizzo Servizi Socio-sanitari, - osserva il preside Grillo - si trovano nella condizione di dover ratificare le competenze, acquisite a scuola, con una iscrizione e relativo altro esame presso un centro di formazione accreditato. In sostanza dove la scuola non arriva, nella certificazione delle competenze, entra di scena l’ente di formazione, che ha tutto l’interesse a capitalizzare, in termini economici, le sue prerogative di legge. Dal mio punto di vista non è corretto che gli enti di formazione facciano cassa con gli studenti che escono dall’istruzione scolastica."

In questo contesto si inserisce il tema dei crediti. Infatti se ci sono "evidenze" che certificano l'acquisizione di competenze sia formali che informali, questi abbassano il monte ore per l'accesso alla qualifica: "Se si va a spulciare la legge sulle qualifiche regionali, - continua il preside Grillo - non si troveranno specificate nè l'età, nè il monte ore per formalizzare le competenze da integrare col percorso scolastico… Se le figure professionali di riferimento dell’indirizzo Servizi socio-sanitari sono tre, e cioè OSS, Animatore sociale e Mediatore interculturale, occorrerebbe fissare dei paletti in modo chiaro. Tra l’altro, nel momento in cui i ragazzi fanno il passaggio dall'istruzione scolastica alla formazione professionale, rischiano di studiare le medesime cose..."

Le sfide da raccogliere

In Emilia Romagna sono una ventina le scuole ad indirizzo socio-sanitario colpite da questa condizione, ecco perchè è stata costituita una rete regionale degli Istituti professionali, che ha come obiettivo quello di riuscire ad armonizzare il curriculum scolastico degli studenti con le qualifiche regionali.

"Noi chiediamo, come rete regionale, - dice il preside Grillo - che il curriculum degli studenti venga integrato, in modo tale che chi si diploma all’indirizzo Servizi socio-sanitari possa avere riconosciute le competenze professionali per entrare nel mercato del lavoro.

Questo pensiamo che possa essere raggiunto con la continuità interscolastica per la certificazione delle competenze, facendo sostenere gli esami nelle scuole dove i ragazzi hanno studiato per tutto il loro percorso. Diventerebbe fondamentale insomma che l’acquisizione del diploma e l’esame per la qualifica potessero svilupparsi in un unico processo…"

Il rapporto tra formazione e realtà lavorativa

In passato l’Istituto Aldini Valeriani Sirani ha collaborato con l’Asp Giovanni XXIII, all’interno del quale sono stati ospitati dei tirocini per quel pezzo dei servizi socio-sanitari relativi agli anziani. Con la nascita dell’Asp Città di Bologna il campo d’azione si allarga a tutti gli altri ambiti d‘intervento del welfare cittadino: disagio adulto, immigrati e minori.

"Oggi - sottolinea il preside dell’Aldini - c'è una particolare attenzione da parte della nuova Asp su questi temi, del resto stranieri, minori, infanzia e handicap possono essere considerati i servizi del domani..." La sinergia tra l‘Aldini e l‘Asp Città di Bologna si sviluppa attraverso la costituzione di un Comitato tecnico-scientifico tra docenti e dirigenti. La scuola è intenzionata a canalizzare le forze per far incontrare, in modo dinamico, conoscenze e abilità. Questo al fine di individuare quegli elementi curriculari che possono garantire il riconoscimento delle competenze professionali.

L’Asp, da parte sua, interverrà sia attraverso i tirocini che, se disponibili, anche mediante l’interazione di expertise che possano migliorare know how complessivo dei ragazzi. "Nessun ente di formazione, - asserisce il preside Grillo - per loro natura, potrebbe condurre in porto un progetto di integrazione delle competenze con un ente come l’Asp. Per questo pensiamo che sia un atto di giustizia dare la possibilità ai nostri studenti di formalizzare questa esperienza all’interno del quadro delle competenze regionali. E questo potrebbe essere certificato proprio allegando alla pagella scolastica le evidenze guadagnate ".

Questi nuovi percorsi curriculari sono stati concepiti utilizzando una diversa strategia didattica rispetto ai tirocini del passato. Le tre sezioni di terze classi faranno ogni anno, fino ad arrivare al diploma nel 2017, dei tirocini sviluppando un diverso know how. Quelli di quest’anno sono stati avviati in febbraio e si concluderanno in giugno. I ragazzi sono seguiti da due tutor, uno scolastico e l’altro aziendale ed insieme a fine percorso formuleranno le valutazioni sull’acquisizione delle competenze che costituirà la documentazione da allegare alla pagella scolastica.

"C’è una cosa che vorrei sottolineare, - conclude Salvatore Grillo - e cioè che a prescindere da tutto il tema relativo alle certificazione delle competenze, le esperienze che i nostri studenti faranno sul campo nei settori d’intervento dell’Asp, contribuiranno sicuramente a migliorarli come cittadini. Anche per questo non posso che fare un ringraziamento particolare a Gianluca Borghi, l’Amministratore unico dell’Asp, poichè tutto questo è stato possibile grazie al suo entusiasmo".

Fenomenologia dell'innovazione a Bologna per i servizi alla persona

 

Bologna, settembre 2014 - La gestione dei servizi alla persona nel comune di Bologna, da parte della vecchia ASP Poveri Vergognosi, veniva avviata nel 2009. In quel momento venivano ereditati servizi, personale e modalità operative che erano appartenute alla municipalità. L’unico servizio nuovo attivato, poiché nuove erano le dinamiche sociali che facevano emergere il fenomeno in questione, era “le nuove povertà”.

IL CONTESTO

Nei propositi iniziali, il “Servizio Nuove Povertà” avrebbe dovuto diventare la punta di diamante della nuova gestione dei servizi alla persona. Così non è stato poiché la direzione del tempo non dotandosi di un piano strategico relegava le nuove povertà a funzioni di pura assistenza sul territorio, con azioni a bassa rilevanza strategica, malgrado i molteplici progetti di sistema presentati dall’ufficio progetti speciali, insieme al responsabile del medesimo servizio. C’è da dire che questa frattura rappresenta in qualche modo la chiave di lettura dell’approccio del vecchio management allo sviluppo aziendale e territoriale.

Questo perché non esisteva nessuna visione strategica, né tanto meno nessuna spinta alla lettura del territorio, anzi, allorquando si è cercato di innescare meccanismi di innovazione, questi sono sempre stati visti con diffidenza e quindi frenati nella fase seguente alla progettazione. L’idea poi che un progetto finanziato uscisse fuori dal semplice monitoraggio dei bandi, diventava il retroterra culturale con cui bisognava scontrarsi quotidianamente.

Per esorcizzare queste modalità d’azione “spontaneistiche e dilettantesche”, venne elaborato un progetto aziendale nel quale veniva spiegato che qualsiasi logica legata alla progettazione finanziata, come anche al fundraising, non poteva che essere il prodotto di una strategia aziendale di posizionamento sul territorio, alla base della quale non ci stava il monitoraggio dei bandi, ma la capacità di creare rete, anzi network, su vari livelli territoriali: locale ed europeo.

Non solo, ma questo significava creare un ufficio progettazione/innovazione/ fundraising ben organizzato con personale e competenze specifiche. Dopo una prima fase dove veniva manifestato interesse a questo progetto di sviluppo interno da parte del management aziendale, il cammino si arrestò quasi subito. Così i temi legati all’innovazione dei servizi alla persona caddero nell’oblio.

LA VOCAZIONE TERRITORIALE

Se dal contesto si evince un ritardo culturale rispetto a tutto quello che riguarda la relazione tra strategie aziendali (in questo caso la loro assenza) e bisogni territoriali, c’è da dire che Bologna, ancora oggi, è riconosciuta in Italia, ma anche in Europa, come portatrice di buone prassi sociali, poiché le politiche dei decenni passati sono molto più riconoscibili e connotabili dei gap che si presentano nell’oggi. Ecco che su questa grande contraddizione si è giocata e continua a giocarsi la sorte delle rapidissime trasformazioni della morfologia sociale, che in dieci anni hanno portato Bologna 2 ad accogliere più di centosessanta nazionalità differenti, per non parlare della crisi economica, che ha determinato un drammatico acuirsi di quelle nuove povertà di cui sopra. Se quindi Bologna prima di queste grandi trasformazioni era considerata laboratorio di Buone Prassi, oggi nel mondo è riconosciuta ancora come tale, ma i servizi alla persona sono sforniti di piano strategico e ciò determina l’assenza di repertorio sufficiente ad individuare soluzioni per il miglioramento e la sostenibilità territoriale.

IL CONFRONTO CON L’EUROPA

L’analisi sulle vocazioni territoriali esce fuori dall’esperienza dei due progetti europei portati avanti dall’ASP Poveri Vergognosi. Il Lecim ed il Mistra si sono posti l’obiettivo di mettere in condizione alcune città europee di scambiare prassi legate al tema delle politiche metropolitane sui migranti e sull’’inclusione sociale. Nel Lecim Bologna ha esportato le sue prassi a Budapest, mentre nel Mistra le ha esportate a Burgas in Bulgaria.

In ambedue i progetti ci siamo trovati nei matching seminar, cioè le fasi d’avvio dove vengono fatti gli accoppiamenti tra le città, a raccontare Bologna attraverso tre o quattro prassi non attualissime: il progetto Nodo antidiscriminazione della Regione, che ha una bellissima architettura progettuale ma ha una bassissimo impatto sul territorio; il piano di reinserimento sociale dei Rom fatto tra il 2006 e il 2008 dalla giunta Cofferati; lo Sportello Integrazione e Autonomia per Richiedenti e Rifugiati, fatto dall’Ufficio progetti speciali dell’Asp Poveri Vergognosi, unico progetto innovativo che siamo riusciti ad “imporre”, insieme al responsabile del servizio immigrati. A queste tre prassi, in realtà se ne deve aggiungere un’altra che è poi quella che ha trainato ambedue i progetti europei, cioè la rete pubblicoprivata sulla gestione dei servizi.

E’ rappresentativo, a tal proposito, il matching seminar di Vienna del progetto Mistra, durante il quale nel tabellone di sintesi delle città esportatrici Dublino, Berlino e Vienna portavano tre o quattro prassi innovative, mentre Bologna veniva rappresentata con la sola rete pubblicoprivata.

IL CORE BUSINESS

Nei giorni immediatamente seguenti all’unificazione delle due asp, il concetto di innovazione rimbalzava tra i corridoi come una sorta di interrogativo epistemologico: cosa significa innovazione in una azienda con cinquecento dipendenti, con al suo interno un settore patrimonio, edilizio e agrario? La risposta non è così problematica se si utilizzano gli strumenti della scienza aziendale: l’innovazione non può che incentrarsi sul core bussines, che è definito dalla ragione sociale: i servizi alla persona appunto.

COME INNOVARE I SERVIZI ALLA PERSONA

Innovare i servizi alla persona significa attivare un cambiamento a 360 gradi, sia esterno che interno, cioè sia nell’erogazione di servizi ed azioni sul territorio che nell’organizzazione aziendale. Il rapporto col territorio è sicuramente la dimensione su cui occorrerebbe un cambio di passo urgente, in primo luogo restituendo quell’impronta laboratoriale perdutasi nel tempo, e in secondo luogo pianificando delle strategie di comunicazione che rendano le funzioni dell’Asp visibili e interpretabili, attraverso una costante azione di analisi dei bisogni.

Se dunque da un lato vi è la necessità di elaborare buone prassi legate alla contemporaneità urbana, dove il concetto di network sia centrale, non soltanto con gli stakeholders pubblici ma anche, e forse soprattutto, con quelli privati, dall’altro lato vi è la necessità di comunicarle nel modo più efficace possibile, poiché nessuna buona prassi esiste, nella nostra società, se non è comunicata in modo da creare un processo di identificazione tra i cittadini e la dimensione pubblica.

Per tali ragioni occorre dotarsi di due strumenti fondamentali di pianificazione: un piano strategico sulle prassi ed un piano di comunicazione aziendale, che non possono essere pensati separatamente ma in modo integrato. La funzione del piano di comunicazione è in tal senso bidirezionale, poiché non è più procrastinabile la totale assenza di strategie comunicative interne ed esterne.

Questo perché la deriva legata alla comunicazione interna nelle due asp unite può continuare a mettere in discussione il sentirsi integrati nel corpo aziendale da parte dei dipendenti: laddove non esiste identità aziendale, l’immagine esterna necessariamente continuerà a risentirne… Occorre sottolineare le due patologie legate alla comunicazione interna delle due vecchie asp… Nei Poveri Vergognosi non esisteva comunicazione interna se non di tipo burocratico, sui doveri dei dipendenti.

Qualsiasi informazione aziendale veniva nascosta, sottaciuta come un “segreto di stato”, che poi spesso diventava il segreto di Pulcinella. I dipendenti non avevano il diritto di sapere, quindi, attraverso una vera e propria forma di “ghettizzazione”, essi venivano recintati dentro il retroscena informativo. A ciò si aggiunga il fatto che era pressoché impossibile per un servizio o una unità operativa o un settore sapere in che consisteva il lavoro di un altro servizio o unità operativa o settore.

Il caso del Settore Inclusione Sociale è emblematico: per anni nella sede di via Marsala nessuno aveva coscienza di ciò che accadeva nella sede di via del Milliario. Per ciò che concerne Giovanni XIII invece i processi di comunicazione interna erano più fluidi, però la rassegna stampa sull’intranet, indirizzata esclusivamente ai dirigenti, fa ripiombare il modello di società evocata al medioevo, quando la conoscenza era solo diritto di pochi, cioè delle caste…

E’ dunque evidente, non occorre neanche scomodare la pubblicistica sulle scienze della comunicazione, che “se non sai cosa succede dentro è impensabile che la gente fuori ti riconosca”. Anche perché la linea rossa che lega le prassi sui servizi alla persona e la percezione sociale ha una precisa soluzione di continuità in termini di visibilità, riconoscibilità, identificazione.

UNA CASE HISTORY

La disabitudine alla lettura dei bisogni territoriali per la costruzione di buone prassi sui servizi alla persona, nel territorio bolognese, può essere considerata un’altra patologia che in qualche modo coinvolge, in questo momento, l’intero comparto pubblico. Ne sono 4 testimonianza le esperienze che nascono dal basso che la municipalità non riesce ad intercettare. Quella più rappresentativa è sicuramente la “social street” nata in via Fondazza, ma che a macchia d’olio sta coinvolgendo varie parti della città, dato che altre trenta strade stanno per diventare social street.

Immaginiamo allora per un momento che le esigenze legate alla sostenibilità sociale, al senso di comunità perduta, alla solidarietà infrantasi tra gli scogli della crisi economica, rappresentati dalle social street vengano sposate dall’Asp Città di Bologna, attraverso un progetto di sistema, coordinato dal servizio nuove povertà. Immaginiamo che le iniziative spontanee della gente vengano supportate da azioni strategiche legate al microcredito alla persona come al microcredito d’impresa, ad azioni di cittadinanza attiva sulle differenze etniche svolte da giovani operatori, nella veste di “mediatori territoriali”, alla distribuzione di alimenti in esubero, etc…

Per far ciò occorre la costruzione di un network metropolitano composto da municipalità, associazioni di categoria, società di consulenza e formazione, fondazioni, privato sociale, scuole, banca etica, etc… Ma occorre anche una campagna di comunicazione finalizzata in primis a dare significazione al bisogno espresso, in secondo luogo a riconsegnare visibilità ai servizi sociali, e quindi all’Asp, infine a far parlare di Bologna all’estero, attraverso azioni di marketing territoriale e scambio di prassi a livello europeo: sarebbe la nascita della “city streets social”, nuovo brand per Bologna.

Immaginiamo adesso che questo possa diventare il modus operandi dell’Asp, in termini di innovazione. Se il piano strategico delle prassi ed il piano di comunicazione fossero coordinati ed integrati nella direzione di un progetto da lanciare annualmente, al di là della gestione corrente dei servizi, che comunque fisiologicamente sarebbero spinti verso una stagione di svecchiamento delle pratiche, questo rappresenterebbe la chiave di volta sull’innovazione dell’intero welfare bolognese, di cui l’Asp diventerebbe davvero la punta di diamante

Il co-housing di comunità e i nuovi bisogni territoriali

 

Bologna, 23 gennaio 2014 - Il concetto di co-housing comunitario si sta imponendo nelle politiche sociali di alcuni paesi europei, all’interno dei quali però ognuno di essi coniuga tale concetto in modo diverso in 9 relazione al retroterra culturale e alle vocazioni sociali.

La traduzione del concetto su cui diventa interessante sviluppare conoscenza, è sicuramente quella legata alla nuova idea di “spazio abitativo sostenibile”, cioè a dire un luogo sociale dove il concetto di abitare si integra in una unica soluzione di continuità al sistema integrato dei servizi. E’ in sostanza un nuovo modello di convivenza urbana, quindi una nuova cultura dell’abitare, che risponde al bisogno di inclusione sociale per tutte le categorie a rischio, che veda i soggetti non semplicemente fruitori dei propri spazi.

Stiamo parlando di luoghi dove possano convivere singoli, famiglie, associazioni, organizzazioni formali e non, gruppi di diversa provenienza e condizioni sociali che formino un microcosmo dove ognuno possa essere utile all’altro in modo funzionale. In tal senso sono due le esperienze da mutuare. La prima è estremamente all’avanguardia: il villaggio Barona a Milano… La seconda è una esperienza assolutamente spontaneistica: via Fondazza a Bologna.

“Il villaggio Barona ha fatto da apripista ai progetti milanesi di housing sociale con la riqualificazione di uno spazio dismesso da 40.000 mq lasciato da Attilio Cassoni, imprenditore petrolifero che lo usava come deposito per i carburanti. Oggi ospita 300 persone: rifugiati politici, studenti, ex tossicodipendenti, ragazze madri e famiglie in difficoltà.

Per loro ci sono 80 appartamenti con affitto calmierato. Il ricavato del villaggio, costato 30 milioni di euro, è gestito dalla Fondazione Cassoni allo scopo di migliorare i servizi per le persone che ci abitano. Alla sua realizzazione hanno contribuito, oltre agli esperti di urbanistica, anche Fondazione Cariplo, Bpm e 1500 volontari”.

“Il progetto di social street di via Fondazza ha preso piede velocemente e ora molte idee sono già realtà. Dalle lezioni di pianoforte offerte da una ragazza residente al numero 79, all’aiuto tra vicini nei piccoli impegni quotidiane, come la spesa o il bucato.

“L’importante è ricreare quel senso di comunità che nelle città si è perduto” spiega Federico Bastiani, giornalista, residente e ideatore del progetto”. L’esperienza di via Fondazza, in pieno centro a Bologna, segnala che i bisogni sociali espressi dal territorio corrono molto più velocemente rispetto alla capacità di governance del comparto pubblico, che, come in questo caso, viene superata dalla capacità di risoluzione dei problemi da parte della gente.

Non cancellato ma depenalizzato il reato di immigrazione clandestina

 

Bologna, 22 Gennaio 2014 - Occorre fare degli opportuni chiarimenti, dal punto di vista della comunicazione giornalistica, perché quello che il Senato ha votato ieri non è stato la cancellazione del reato di clandestinità ma la sua depenalizzazione.

Nei giornali di questa mattina si sottolinea, almeno nei titoli, una cosa non vera. Adesso si fanno le prime analisi sulla nuova norma di legge che non è poi tanto nuova, poiché si è ritornati alla Bossi-Fini, a suo tempo contestata da tutta l’Italia civile o civilizzata.

Attenzione quindi a non cadere in errore: il reato di immigrazione clandestina non è stato affatto cancellato, visto che per la prima volta è apparso proprio nella suddetta legge, a firma di quei due “grandi statisti”… 

Perché bisogna dirlo che è stata proprio la Bossi-Fini a criminalizzare coloro i quali arrivano in Italia senza documenti, e il comportamento delle questure nei confronti degli immigrati, anche quelli col cedolino per la richiesta di protezione internazionale, non era certo tenero, perché comunque scattava il decreto di espulsione. Il reato è stato semplicemente “depenalizzato”, cioè è diventato un illecito amministrativo punito appunto con l’espulsione.

Attenzione però, per la seconda volta, perché diventa reato penale “ogni condotta che si reiteri e ogni violazione dei provvedimenti amministrativi emessi in materia di immigrazione”: l’ingresso ripetuto più volte, la violazione dei provvedimenti amministrativi, l’obbligo di presentarsi in Questura.

Qualcuno dirà: “E’ tutto grasso che cola, visto che ci sono le larghe intese non si poteva ottenere di meglio…” Forse è vero, ma sembra tanto una via di mezzo all’italiana giusto per non farci ridere dietro dal resto d’Europa. Ma una domanda sorge spontanea: sarebbe troppo auspicare una legge sull’adozione delle regole internazionali circa l’asilo politico, che recepisca anche la direzione data dall’articolo 10 della costituzione italiana all’indomani della seconda guerra mondiale?

Dopo quasi sessant’anni i tempi potrebbero essere maturi, forse… Ultima considerazione: chissà quale splendida invenzione si prepara per lo Ius soli…

A proposito di inclusione dei migranti

 

Bologna, 16 gennaio 2014 - Ayman, ma il suo vero nome è un altro, è nato a Mogadiscio, ha 23 anni ed è uno di quelli che quando scoppiò la guerra civile in Libia si trovava a Tripoli, dove lavorava come manovale per una impresa edile, sfruttato e sottopagato, ma a sbarcare il lunario ci riusciva.

Era dovuto scappare un paio d’anni prima dalla Somalia, come ha fatto quasi una generazione intera, poiché in quel paese non esiste uno Stato strutturato, esistono territori in balia di chi è più forte, è in questo momento l’organizzazione più radicata, ancor di più dello Stato stesso, è al-Shabaab, succursale di al-Qaeda.

Questa organizzazione, che sparge il terrore, significa proprio gioventù, perché sono i giovani che possono rinsaldare le fila della loro organizzazione militare, e l’unico modo per salvarsi è la fuga.

Quando Ayman s’imbarcò da Tripoli per Lampedusa, per sfuggire alla guerra civile che vide soccombere Gheddafi, sapeva che il viaggio era pericoloso, ma restare a tripoli significava morte sicura: “Siamo stati fortunati – sottolinea – molti nostri fratelli in quel mare ci sono rimasti…” Ma una volta arrivato in Italia non poteva immaginare come sarebbe stato difficile inserirsi nel contesto sociale di una città come Bologna.

Ha preso la licenza media, continua a frequentare i corsi di Italiano e la sua capacità di linguaggio migliora sempre di più. Ha una voglia quasi spasmodica di costruire un progetto di vita in Italia, per quanto non capisce tanto bene l’ostracismo da parte di tanta gente nei confronti dei profughi. Si perché la gente comune che Ayman incontra per strada non sa e non vuole sapere niente della Somalia, di al-Shabab e del fatto che chi scappa per salvarsi da una guerra deve essere accolto e integrato, come dice l’articolo 10 della Costituzione italiana e come dice il Trattato di Ginevra del 1951 sull’asilo politico, di cui l’Italia è firmataria.

Però per molti italiani Ayman è venuto a togliere il lavoro a chi c’è nato in questo paese. “Il lavoro qui non c’è neanche per gli italiani!” è la frase ricorrente che si sente dire dalla “brava gente italica”, e questo è un punto centrale di tutta la questione relativa ai migranti. Vediamo perche… Ayman come il novanta per cento dei cittadini africani che vengono in Italia ha delle straordinarie abilità manuali, sa fare il sarto e anche il piastrellista.

Ora succede che in Italia dal 2009, cioè in piena crisi economica, periodicamente escono rapporti dai centri studi delle associazioni di categoria, da Confartigianato a Unindustria, dove viene segnalato come la crisi di vocazione di molti mestieri artigianali, ha praticamente fatto tabula rasa di molte piccole imprese artigiane, poiché alla domanda di posti di lavoro in questo comparto nessuno offre la propria forza lavoro. E questo è un fenomeno ormai deflagrato. Allora, il punto non è che i migranti, che siano profughi o meno, tolgono il lavoro agli italiani, il punto è che in Italia non esiste governance territoriale, che possa creare le condizioni per far incontrare domanda e offerta di lavoro su attività che stanno scomparendo coinvolgendo proprio chi è portatore di quelle abilità.

Cioè il problema vero è rappresentato dall’incapacità di leggere i bisogni e creare delle strategie di lungo periodo che mettano insieme sviluppo locale e welfare. Ad Ayman e ai suoi compagni di sventura non resta che lavorare in nero e a chiamata, grazie ai caporali delle cooperative di facchinaggio, per essere ancora più sfruttati di quanto non lo fossero in Libia, oppure potrebbe essere inserito in qualche “improbabile” progetto finanziato dagli enti locali o dall’Europa, per fare delle borse lavoro in aziende compiacenti, che mai gli sottoscriveranno un contratto futuro. Forse è arrivato il momento di ragionare sul concetto di governance territoriale, e l’unificazione delle due Asp potrebbe rappresentare una occasione da non perdere.